…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

domenica 4 dicembre 2016

Adesso anch'io sono fra gli altri

Adesso anch'io sono fra gli altri
che dicevano guardandoci, con l'aria
di una finissima tristezza "Suvvia, giocate"
per allontanarci. E nella penombra bella
delle panche dei parchi al tramonto
Di cosa parlavano, oh dì, e chi erano?
Superiori, come dei, facevano pena.
Si assomigliavano moltissimo se lenti
ci guardavano distanti, come un gruppo
di alberi uniti da un giorno d'autunno.
Adesso anch'io sono fra gli altri
di cui ci burlavamo a volte,
lì come sciocchi, così stanchi.
Noi, i piccoli, noi che non avevamo
nulla, guardavamo, senza vederli,
quel loro modo di essere tutti d'accordo.
E adesso
che ho camminato lenta fino alle loro panche
per riunirmi a loro per sempre,
adesso anch'io sono fra gli altri,
i maggiori di età, i malinconici,
ma come sembra strano, non è vero? 
Fina García Marruz

Voglio scrivere con il silenzio

Voglio scrivere con il silenzio vivo
voglio dire quello che la mano dice
perché tu leggi meglio il testo vivo

e l'anima nella sua lotta muta scrive.
A volte l'ombra bianca batte la roccia
di spumeggianti caverne e ne orla
le fauci con una frangia che fa e disfa
segni che tu decifri. Che la bocca
taccia e dia nel bianco nell'eroico
sforzo che si perde. La poca luce,
l'allontanarmi da te d'ogni giorno,
sono pause del senso, incompiute
immagini di me. La linea informe
salta e completa. Tu, la melodia.
 Fina Garcìa Marruz

Salvami

I miei occhi, chiamati dal tuo corpo,
della sua bellezza avvisano, ampio torso devastano,
e negli stretti fianchi si fermano storditi.
Senza indulgenza alcuna al labbro famelico mostrano
di ciliegie mordenti il seme,
e quando nelle mie dita il più ardente sfiorare
la tua pelle predice, della ametista intrusa
e iridato capezzolo nella mia lingua confusa
il tocco ravviva.
Le feroci trafitte di un conturbante augurio
prova a lenire il mio non assalito ventre
ma è vana la battaglia di chi già è stato ferito.
E un abisso è il piacere, e la smania è pazzia,
il tuo nome invocato è amara estenuazione
e il tuo corpo imminente rigorosa misura
del mio inferno.
Da questo affanno insaziabile, dicono, mi salverai.
Ma è certo solo che febbrile aspetto,
e che posso morire prima che tu mi tocchi.
Ana Rossetti

sabato 3 dicembre 2016

Precoce autunno

La nebbia è d'argento, cancella le ombre dei pini: sono più grandi i giardini
nell'alba.
Al pioppo una foglia è ingiallita,
un ramo è morto al castano
sul monte.
Spaventi che non sanno se stessi
dormendo nell'aria celeste:
questa fine che torna ogni anno,
che è nuova ogni anno.
Come l'ultimo albero del bosco,
l'ultimo uomo ha contato le morti:
pur la sua morte lo coglie
ancora stupito.
Antonia Pozzi

Vincitori

Si erano vestiti dalla festa
per una vittoria impossibile
nel corso fangoso della Storia.

Stavano di vedetta armati
con vecchi fucili novantuno
a difesa della libertà conquistata
da loro per la piccola patria
tenendosi svegli nelle notti afose
dell’agosto con i cori
della nostra musica
con il vino fosco
della nostra terra.
Vincenti per qualche giorno
vincenti per tutta la vita.
 Attilio Bertolucci

L’autunno percorre le isole

A volte la tua assenza è parte del mio sguardo,
le mie mani contengono la lontananza delle tue
e l’autunno è l’unica postura che la mia fronte può avere per pensarti.
A volte ti scopro in un volto che non avesti e nell’apparizione che non meritavi,
a volte è una strada al tramonto dove non dovremo tornare a incontrarci,
mentre il tempo trascorre tra un movimento del mio cuore e un movimento della notte.
A volte la tua assenza appare lentamente nel mio sorriso come una macchia di olio sull’acqua,
ed è l’ora di accendere certe luci
e camminare per casa
evitando l’esplosione di certi angoli.
Nei tuoi occhi ci sono barche ancorate, ma io ormai non dovrò liberarle,
nel tuo petto ci furono sere che alla fine dell’estate
tuttavia guardai incendiarsi.
E queste sere sono ancora le mie riunioni con te,
il disgelo che nella notte
scioglie la tua maschera e la perde.
José Carlos Becerra

sabato 26 novembre 2016

Un mondiale nomadismo è cominciato nel buio

Un mondiale nomadismo è cominciato nel buio: 
sono gli alberi che vagano sulla terra notturna.
Sono i grappoli che fermentano in vino dorato, 
sono le stelle che di casa in casa peregrinano,
sono i fiumi che il cammino cominciano a ritroso!
E io ho voglia di venire da te sul petto – a dormire.
 Marina Cvetaeva - 14 gennaio 1917

Dissi

Dissi:
do inizio alla stagione dei ragni,
strofinano le zampe al velluto del sole,
sussurra ai miei piedi, o selvatica semente,
borbottami all’orecchio le tue orazioni funebri, o tuono,
fulmine
che giungi nei piedi di un bimbo
e nei merletti del vento si dipinge il terrore.
...un’ombra colpisce le steppe delle mie viscere,
non ho armi tranne il battito che gorgoglia nella propria acqua,
un tempio mi demolisce dicendo di essere la mia eco,
sono frastornato da un volto che dice di essere l’altro mio
volto.
Dissi:
la nostalgia è in agonia e il desiderio è un letto di fumo.
Dico:
scendi, o notte, dai tuoi cavalli, viola il sole delle
mie parole,
io sono la voce che improvvisa lo spazio,
io sono la pietra vagante che nella pietra si ancora.
Dico:
fa’ che mi crescano le piume, o folle amore, umanizzami, rinnovami, marcami,
e voi, cose ignote, vagate dentro di me più dolci dell’illusione,
e contro la forma e il suo contrario implorate la forma e il suo
contrario,
così t’assaporo,
infiammato dalle mie tentazioni,
immerso nello stupore della seduzione
i miei giorni ondeggiano in un palanchino,
simbolo dopo simbolo.
Grido:
la mia illusione vaga,
il mio significato si amplia
e la lontananza mi uccide.
Adonis

lunedì 14 novembre 2016

...

Invece io mi sono smarrito in un sogno cercando qualcosa che non esiste.

Gabriel García Márquez, Il generale nel suo labirinto

domenica 13 novembre 2016

Come luce

Come luce che mi sveglia prima
del mattino, senza rumore né peso
il solco dentro il ricordo, acqua lontana
dalle mie dita sulla tua pelle di ieri.
Fresco, rotondo come una mela
acerba, l'amore orma di noi calda
nell'ombra, quando mi levo mi slego, guardo
guardando senza vederlo, il mondo.
 Pierluigi Cappello

Il risveglio

Entra la luce e salgo goffamente
dai sogni fino al sogno condiviso
e le cose riprendono il dovuto
e atteso loro poso, e nel presente
converge soverchiante e vasto il vago
ieri: le secolari migrazioni
dell'uccello e dell'uomo, le legioni
che il ferro dilaniò, Roma e Cartagine.
Ritorna anche la quotidiana storia:
la mia angoscia, il mio viso, la mia sorte.
Ah se quell'altro risveglio, la morte,
mi riservasse un tempo senza memoria
del mio nome e di ciò che sono stato!
Se in quel mattino ci fosse anche oblio.
Jorge Luis Borges

Incontro

Dubiti Amore Mio?
Temi forse che la mia timidezza
che viene dall’Amore, io non so come, sia
indifferenza.. NO.. ah, non pensarlo!
Io non ho l’osare ne’ l’ardore
di certe donne, tremo di me stessa
e del mio amore, e non lo so perchè….
Ma ti amo…
Se ti amo perchè dubiti di me?
Ah Faust, se le parole
possono portare in sè l’anima,
se l’amore questo amore come io lo sento,
lo si può dire senza tentennamenti,
se quello che sento nell’animo a vederti
nell’avvertire i tuoi passi, nel pensare
a te, amore, a te; se gli sguardi, i baci
possono palesare l’amore, tutto l’amore:
devi credere che le mie parole, i miei baci,
il mio sguardo hanno quell’amore.
Se non riesco a gridare:
amore, amore, ardentemente e smisuratamente,
con la voce in fuoco,
è perchè dentro di me nasce un pudore
di dirlo troppo forte. (ma non credere
che sia perchè ti amo poco, che invece
è l’amarti molto, così come ti amo)
Se non lo faccio, non dubitare, no..
E più non so dire; non l’ho imparato,
perchè l’amore non parla, non può
raccontare se stesso, chè non sarebbe
amore, o almeno questo amore che sento.
Non so, non so dirtelo… Non dubitare!
Forse fredda sembro agli occhi tuoi;
ma non dubitare che soffra molto, molto
perchè tu dubiti.
Fernando Pessoa

giovedì 10 novembre 2016

Non aver paura, sono io

Non senti
che su te m’infrango con tutti i sensi?
Ha messo ali il mio cuore
e ora vola candido attorno al tuo viso.
Non vedi la mia anima innanzi a te
adorna di silenzio?
E la mia preghiera di maggio
non matura al tuo sguardo come su un albero?
Se sogni, sono il tuo sogno
ma se sei desto sono il tuo volere;
padrone d’ogni splendore
m’inarco, silenzio stellato,
sulla bizzarra città del tempo.
 Rainer Maria Rilke

Ogni cosa a suo tempo ha il suo tempo

Ogni cosa a suo tempo ha il suo tempo.
Non fioriscono d’inverno gli albereti
né di primavera
mostrano brinate i campi.
Alla notte che entra non appartiene, Lidia,
lo stesso ardore che il giorno ci chiedeva.
Amiamo con più calma
la nostra incerta vita.
Accanto al fuoco, stanchi non dell’opra,
ma perché l’ora è ora di stanchezze,
non alziamo la voce
sopra un segreto,
e casuali, siano interrotti
i nostri verbi di reminescenza
(non ad altro ci serve
la nera partenza del sole).
A poco a poco il passato ricordiamo,
e le storie narrate nel passato,
ora due volte
storie, ci parlino
dei fiori che nella nostra andata infanzia
con altra coscienza coglievamo
e con un’altra specie
di sguardo dato al mondo.
E così, Lidia, stando al fuoco, come stanno
gli dèi Lari, là nell’eternità
come chi ripone un vestito
riponiamo il già stato.
In questa irrequietezza che la calma
porta alle vite nostre quando pensiamo solo
a quello che già fummo,
e c’è solo notte, fuori.
Ricardo Reis (Fernando Pessoa) da “Odi”

La notte e l'anima

In grembo alla notte nevosa, d'argento, immensa si stende dormendo, ogni cosa. Solo una eterna sofferenza è desta
dentro l'anima mia.
E mi domandi perché mai si tace
l'anima mia, senza versarsi in grembo
alla notte che sogna?
Colma di me, traboccherebbe tutta
a spegnere le stelle.
Rainer Maria Rilke

domenica 6 novembre 2016

Mimmo Locasciulli - Come viviamo questa età


Le onde

Se tutti i gabbiani di questa riva
Volessero unire le loro ali
E formare l’aereo o la barca
Che potessero portarmi verso altre spiagge…
Sotto la notte enigmatica e spessa
Viaggeremo sfiorando le acque.
Con un urlo di trionfo e d’approdo
I miei gabbiani saluterebbero l’alba.
In piedi sulla terra sconosciuta
Io tenderei le mani al nuovo sole
Come se fossero due ali appena nate.
Due ali con cui si dovrebbe ascendere
Fino a una nuova vita!
Juana de Ibarbourou

Fiorella Mannoia - Combattente


sabato 5 novembre 2016

Sulle scale

Come scendendo quella scala turpe,
entravi dalla porta, e per un attimo
vidi il tuo viso ignoto e mi vedesti.
Poi mi celai perché non mi vedessi ancora, e tu
passasti rapido celando il viso
e t'immergesti nella casa turpe, ove il piacere
non avresti trovato, com'io non lo trovai.

L'amore che volevi, io l'avevo da darti;
l'amore che volevo – gli occhi me lo dissero
stanchi e ambigui – l'avevi tu, da darmi.
Si sentirono, i corpi. Si cercavano.
Sangue e pelle capirono.

Pure, turbati, ci celammo entrambi.
Costantino Kavafis

Lesbo

Perversità in cucina!
Sibila il bollitore.
È tutto un Hollywood, senza finestre,
la luce fluorescente ha crampi d'emicrania,
al posto delle porte pudiche strisce di carta -
tendine finte di scena, una frangetta da vedova.
E io sono, amor mio, una bugiarda patologica,
e la mia bambina - eccola, a faccia in giù sul pavimento,
marionetta senza più fili che scalcia per sparire -
è proprio schizofrenica,
panico è la sua faccia rossa e bianca,
le hai sbattuto i gattini fuori dalla finestra
in una specie di pozzo di cemento
dove lei non li sente che cacano e vomitano e frignano.
Tu dici che non la sopporti,
bastarda di una bambina.
Tu che hai bruciato le tue valvole come una radio di scarto,
libera da voci e da storia, i rumori
di disturbo del nuovo.
Dici che quei gattini dovrei affogarli. Che puzza!
E affogare anche la bambina.
Se è matta a due anni, a dieci si taglia la gola.
Il pupo sorride, lumacone paffuto,
dalle nostre losanghe del linoleum arancione.
Roba da mangiarselo. È un maschio.
Dici che tuo marito non vale un fico secco.
La sua mammona ebrea gli sta di guardia al sesso come a una perla.
Tu hai un bambino, io ne ho due.
Seduta su uno scoglio in Cornovaglia dovrei pettinarmi le chiome.
Vestirmi da tigre. Avere una relazione.
Dovremmo incontrarci nell'aria, in altra vita e situazione,
io e te.
Intanto c'è un fetore di grasso e cacca d'infante.
Io sono drogata e intontita dall'ultimo tranquillante.
Fumo di pentole, fumo d'inferno,
sommerge le nostre teste, due opposti velenosi,
le nostre ossa, i capelli.
Ti chiami Orfana, orfana. Stai male.
Il sole ti dà piaghe, il vento tbc.
Com'eri bella un dì.
A Hollywood, a New York, ti dicevano gli uomini: "ehi pupa
Sei uno schianto! Sei venuta?"
Tu fingevi, fingevi, per dargli il nonsocché.
L'impotente marito si avvia fuori al caffè.
Tento di farlo restare,
vecchio parafulmine da parare
i bagni d'acido, i cieli in piena riversatisi da te.
Greve lui scende il pendìo di plastica acciottolato,
scassato tram che manda scintille blu.
Le scintille piovono giù
In milioni di pezzetti come quarzo frantumato.
O gioia! O tesoro!
Quella notte la luna
Trainava il suo sacco di sangue, stracco
Animale
Sopra le luci della laguna.
E poi diventò normale,
dura e netta e bianca.
Il luccichio di scaglie sulla sabbia m'impauriva da morire.
Ne prendemmo a manciate, l'amavamo,
plasmandola come pasta, un corpo di mulatto,
in seriche focaccine.
Un cane si attaccò a quel poveraccio
Di tuo marito, e lui tirò avanti.
Ora taccio, tutta odio,
fino al collo, fin qui,
d'uno spessore così.
Come vestiti buoni impacco le dure patate.
Impacco i bambini.
Impacco i gattini malati.
O vaso di acido,
tu sei colma d'amore. E lo sai chi tu odi.
Con la sua palla al piede lui va al cancello
Che dà sul mare
E il mare ci va dentro, bianco e nero,
e il cancello lo risputa intero.
Riempi lui ogni giorno di spiritualità
Come una brocca. E non ce la fai più.
La tua voce è un mio orecchino,
sbatte e succhia, sanguinario pipistrello.
È proprio quello. È quello.
Tu sbirci, stanca ciabatta,
dalla porta. "Ogni donna è una vacca.
Comunicar non si può."
Vedo tutto il tuo lindo perbenino
Che ti si chiude addosso come un pugno di bambino
O un anemone, quello spasimante
Del mare, quel cleptomane.
Io sono ancora cruda.
Ma ti dico che forse tornerò.
Lo sai bene a che servono le bugie.
Nemmeno nel tuo cielo Zen t'incontrerò.
Sylvia Plath

All'alba

Come la donna affonda e dice vieni
dentro più dentro dov'è largo il mare
Come la donna è calda e dice vieni
dentro più dentro dov'è caldo il pane
E dirla noi vorremo mare pane
la donna sfatta che ci prese all'alba
dentro il suo petto e ci nutrì di sonno.
Alfonso Gatto

martedì 25 ottobre 2016

Debolezza

Guardo il mare con occhi avidi,
Rassegnato alla terra, sulla costa…
Sto di fronte a un precipizio — sopra il cielo, —
Senza poter volare verso l’azzurro.
Non so se ribellarmi o rassegnarmi,
Non ho il coraggio di vivere o morire…
Dio mi è vicino — ma pregar non posso,
Voglio l’amore — senza poter amare.
Al sole, al sole tendo le mie mani
E vedo una cortina di pallide nuvole…
Mi sembra di conoscere la verità —
Senza saperla esprimere a parole.
Zinaida Gippius (1893)

Io voglio ma non sono capace di amare gli altri

Io voglio ma non sono capace di amare gli altri;
sono un estraneo in mezzo a loro: più vicini al cuore degli amici
sono le stelle, il cielo, la fredda azzurra lontananza
e la muta tristezza dei boschi e del deserto…
L’anima non si sazia di ascoltare gli alberi;
nelle tenebre della notte posso guardare fino al mattino
e singhiozzare per qualcosa così dolcemente, follemente
come se il vento fosse mio fratello e l’onda mia sorella
e la cruda terra la mia madre carnale…
Intanto, però, non vivo né con l’onda né col vento
ed è terribile non amare nessuno.
Forse il mio cuore è morto per sempre?
Dammi la forza, Signore, di amare i miei fratelli!

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij (1887)

Silenzio

Le bufere sol in gioventù esercitan sul cor malìa
ma volan via:
nulla può la lor bruta potestà,
e quando passan rimane solo
una grande verità,
indistruttibile —
quiete nel cor, silenzio nel cielo,
giacché la volta celeste
è eternamente muta,
irraggiungibile,
come la verità, compiuta,
più alta delle bufere funeste.
Dio non è nelle parole od orazioni,
né nel fuoco letale,
né in battaglie o distruzioni,
Dio è nel silenzio totale.
Nel ciel e nel cor tutto tace:
più profondo dei suoni transitori
più profondo di gioie e dolori,
nel cor senza bufere,
nelle celesti sfere —
l’eterna pace.

Dmitrij MEREŽKOVSKIJ

giovedì 13 ottobre 2016

Come da accordi ho smesso d’amarti

Come da accordi ho smesso d’amarti
come da contratto a partire da oggi
non ti sognerò più
non penserò più a te sospirando alla luna
la luna a sua volta smetterà di ridermi in faccia
non tormenterò povere indifese margherite
strappando loro i morbidi petali bianchi
non camminerò solo per la città
temendo e sperando di incontrarti per caso
riandando ai luoghi dei nostri primi baci.
Come da accordo contrattuale
sarò gentile e pacato
sorriderò quando qualcuno mi parlerà di te
e non attenterò alla vita dei bastardi infami
che già ora hanno iniziato a corteggiarti.
Contrattualisticamente in accordo
con le leggi vigenti mi impegno
a smettere di scriverti poesie d’amore
o almeno diminuire
a scalare
che tutto in un colpo è pericoloso.
Smetterò poi di desiderare
il tuo corpo morbido e profumato.
Giuro infine che ti farò da amico
saggio e fedele che detta così
sembra un cane
ma vedrai funzionerà.
A te solo chiedo
di non credere a una parola
di ciò che hai appena letto.
  Guido Catalano

sabato 1 ottobre 2016

Dettagli a sangue

Di tanto amarti perduto
non resterà che questo:
il ricordare a strappi come ci si leva
una benda per rabbia da una ferita
fresca
solo frammenti, dettagli a sangue, o svolte
fulminee,
il senso del dolore prima che il dolore esulti:
il poco, il breve
che non sapevamo vivendoli capaci d'immenso.
Alberto Bevilacqua

martedì 13 settembre 2016

Venti di maggio

Venti di maggio, che ballate sul mare,
con gioia ballando un girotondo
di solco in solco mentre sulle onde
la schiuma vola, riceve ghirlande
e abbraccia l'aria con archi d’argento
vedeste in qualche luogo il mio vero amore?
Ahimè! Ahimè!
Venti di maggio!
Amore è infelice quando amore è lontano!
James Joyce

Non...

Non ti telefono.
Ti taccio.
Ti sono.
Le notti,
quando si svuotano i parchi,
parlo con le statue.
Jannis Ritsos

giovedì 8 settembre 2016

La descrizione della mia morte

Poiché era ormai una questione di ore
ed era nuova legge che la morte non desse ingombro,
era arrivato l’avviso di presentarmi
al luogo direttamente dove mi avrebbero interrato.
L’avvenimento era importante ma non grave.
Così che fu mia moglie a dirmi lei stessa: preparati.
Ero il bambino che si accompagna dal dentista
e che si esorta: sii uomo, non è niente.
Perciò conforme al modello mi apparecchiai virilmente,
con un vestito decente, lo sguardo atteggiato e sereno,
appena un po’ deglutendo nel domandare: c’è altro?
Ero io come sono, ma un po’ più grigio, un po’ più alto.
Andammo a piedi sul posto che non era
quello che normalmente penso che dovrà essere,
ma nel paese vicino al mio paese
su due terrazzi di costa guardanti a ponente.
C’era un bel sole non caldo, poca gente,
l’ufficio di una signora che sembrava già aspettarmi.
Ci fece accomodare, sorrise un po’ burocratica,
disse: prego di là – dove la cassa era pronta,
deposta a terra su un fianco, di sontuosissimo legno,
e nel suo vano in penombra io misurai la mia altezza.
Pensai per un legno così chi mai l’avrebbe pagato,
forse in segno di stima la mia Città o lo Stato.
Di quel legno rossiccio era anche l’apparecchio
da incorporarsi alla cassa che avrebbe dovuto finirmi.
Sarà meno di un attimo – mi assicurò la signora.
Mia moglie stava attenta come chi fa un acquisto.
Era una specie di garrota o altro patibolo.
Mi avrebbe rotto il collo sul crac della chiusura.
Sapevo che ero obbligato a non avere paura.
E allora, dopo il prezzo, trovai la scusa dei capelli,
domandandomi se mi avrebbero rasato
come uno che vidi operato inutilmente.
La donna scosse la testa: non sarà niente.
Non è un problema, non faccia il bambino.
Forse perché piangevo. Ma a quel punto dissi: basta,
paghi chi deve, io chiedo scusa del disturbo.
Uscii dal luogo e ridiscesi nella strada,
che importa se era questione solo di ore.
C’era un bel sole, volevo vivere la mia morte.
Morire la mia vita non era naturale.
Giovanni Giudici

Corniche


Tutto il giorno lavoro e non bevo mai
se tocco terra so che sono depresso.
Il Creatore adoro perché ho fatto me stesso
e alcune volte la settimana un filo elettrico mi corre nel petto.
La prima volta, stavo a pezzi un anno intero,
piangendo, incoerente; i sigari mi avevano smesso:
singhiozzavo a marce basse su ogni strada lungo la scogliera,
poi: cardiaco orrore. Mascherando tu-tum il mio battito sommesso.
Era la malattia della vittima. Adrenalina mi ululava in testa,
il cane nero era il mio cervello. Venne a soffocarmi nei respiri,
era il buco nero dell'energia, depressione, showman prima dell'alba
quando, tornando da una pipì, nella morte che hai ti giri e rigiri.
La meteorite vagante è sulla rotta per far sparire il tuo mondo,
sicuro. Ma sta' allerta, e che il suo arrivo riempia il tuo giorno.
Il forte muore solo una volta ? Mille volte io potrei andar via,
appeso al mio battito e a un passo da lì il precipizio del mondo.
Il ridere, che mai s'è ritratto intorno a genitali raggrinziti
o suicidati per smettere di morire. Il colpo che mai cade
ti scuote, istupidito. Solo gradualmente
noti in te un leggero disprezzo per quel che sgomenta.
Un io dentro l'io, freddo come una coscienza, uno che deve sparire
nella tua ultima notte, o faxato, riconosce sempre
dietro ogni cosa la muta grand'opera e l'effetto senza causa -
che la morte figurata non è il vero morire.
Il crocchio è illusione. Non c'è ancora il mondo fuori
ma tu cominci a vedere. Sei incantato come da una brutta opera
d'arte – ma per un inizio reale, che avvio! farfugli alla Casualità
sei controllato, misurato, calmato. Problemi il tuo cuore non ha.
Il terrore della morte non teme la morte.
La paura, allo stato puro, è intransitiva. Un Hindenburg di gran rabbia
si disfa, nonostante tutto, sulla tua vita. Guardalo, e sentirai quel flagello
ma come un tossico sniffi oltre la sbarra della gabbia
poiché ti aggrapperai a questa bestia finché ti avrà roso,
per il cristallo delle sue reni, l'elisir delle sue ali,
finché ogni tuo amore sarà la polizia di un'immensa fatica.
Io venni al mondo impreparato ma le ho imparate alcune cose.
Quando ti rivolti, sazio, nella pentola alla base dell'arcobaleno
è la vita che fa a gara e che rema e tu non puoi fare niente.
Se fossi stato veramente Dio potevi aver vissuto tutte le vite
che ora ti storpiano e in miseria vedi decadere.
A come Adrenalina, l'originale bomba A, benzina
e mortificazione delle aspirazioni, sbuffo dell'Illuminazione.
Quando Dio mi creò, io non ho avuto copione, ed è stato meglio.
Benché in tutto sia morte, comunque si muore impreparati.
Lee Murray