…Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

...solo un sogno, un'emozione...una nuvola...solo un alito di vento che ti sfiora, solo l'eco dei tuoi passi nella sera...

venerdì 15 settembre 2017

Le ragazze

Le ragazze, quelle che camminano
Con stivali di occhi neri
Sui fiori del mio cuore.
Le ragazze, che hanno abbassato le lance
Sui laghi delle loro ciglia.
Le ragazze, che lavano i piedi
Nel lago delle mie parole.
  Velimir Chlebnikov

Anima, andiamo.

Anima, andiamo. Non ti sgomentare
di tanto freddo, e non guardare il lago,
s’esso ti fa pensare ad una piaga
livida e brulicante. Sí, le nubi
gravano sopra i pini ad incupirli.
Ma noi ci porteremo ove l’intrico
dei rami è tanto folto, che la pioggia
non giunge a inumidire il suolo: lieve,
tamburellando sulla volta scura,
essa accompagnerà il nostro cammino.
E noi calpesteremo il molle strato
d’aghi caduti e le ricciute macchie
di licheni e mirtilli; inciamperemo
nelle radici, disperate membra
brancicanti la terra; strettamente
ci addosseremo ai tronchi, per sostegno;
e fuggiremo. Con la piena forza
della carne e del cuore, fuggiremo:
lungi da questo velenoso mondo
che mi attira e mi respinge. E tu sarai,
nella pineta, a sera, l’ombra china
che custodisce: ed io per te soltanto,
sopra la dolce strada senza meta,
un’anima aggrappata al proprio amore.

da Parole: diario di poesia
Antonia Pozzi

Solo resiste al tempo

Solo resiste al tempo
quel che si fa
col tempo.
E quello che si fa
con l’eternità?
La poesia viene
quando restiamo
nell’inesauribile
compagnia della solitudine.
Viene come un sùbito
taglio, dove si mischiano
con fredda febbre,
sangue con sangue,
due separati
mondi.
Héctor Murena

Alla fine


mercoledì 13 settembre 2017

Amo colui che non sa

Amo colui che non sa
dove condurre i suoi passi;
destino, non fare
che un vento lo porti ov'io non sono,
ti supplico -
Attribuisci fortuna e sfortuna
a questo dormiente in egual misura,
così che finisca sul cuore
della sua amica.

Catherine Pozzi

Chi fa vive

La memoria d’un uomo è nei suoi baci.
Ma non è verità memoria estinta.
Numerare la vita ai baci dati
non è lieto. Ma darli senza memoria è più triste.
Con quanto è fatto si misura il tempo.
Fare è vivere ancora, o esser vissuti,
o prossimi. Chi muore vive e dura. Vicente Aleixandre

Fuga

Non altro che questo era il nostro amore
fuggiva, tornava e ci portava
una palpebra china assai distante
un sorriso pietrificato, perso
nell'erba mattutina
una conchiglia strana che l'anima
tentava con insistenza di spiegare.
Non altro che questo era il nostro amore
frugava piano tra le cose intorno a noi
per spiegare perché ci rifiutiamo di morire
tanto appassionatamente.
E se ci reggemmo a lombi, se abbracciammo
altre nuche con tutta la nostra forza,
e confondemmo il respiro
al respiro di quella persona
se chiudemmo gli occhi, non era altro
che questo profondo desiderio di sorreggerci
nella fuga. 
Ghiorgos Seferis

Avevo bisogno di parlare con mia sorella

Avevo bisogno di parlare con mia sorella
parlarle al telefono intendo
come facevo ogni mattina
e anche la sera quando i
nipotini dicevano qualcosa che
ci stringeva il cuore
Ho chiamato il suo telefono ha squillato quattro volte
potete immaginarmi trattenere il respiro poi
c’è stato un terribile rumore telefonico
una voce ha detto questo numero non è
più attivo che meraviglia ho
pensato posso
ancora chiamare non hanno assegnato
il suo numero a un’altra persona malgrado
due anni di assenza per morte.
 Grace Paley

martedì 12 settembre 2017

Io ho amato le ore al mare

Io ho amato le ore al mare, le città grigie,
Il fragile segreto di un fiore,
La musica, le poesie scritte
Che mi hanno dato il cielo per poche ore;
Le prime stelle sopra una collina imbiancata,
Le voci sagge e gentili che ho ascoltato,
E il grande sguardo dell’amore, a lungo nascosto,
E nell’incontro degli occhi infine trovato.
Profondo è l’amore che ho dato e avuto –
Oh, quando il fuoco del mio spirito andrà a scemare,
Lasciami l’oscurità e la quiete,
Io sarò stanca e felice di andare.
Sara Teasdale

Strumenti di misura

 
Per misurare il tempo fu inventata l’assenza,
quella riga che divide il mondo in due,
in due i corpi, i giorni, le parole.

Per misurare l’assenza fu inventato il silenzio
quel linguaggio di spettri, quel dolore mansueto
con il gelido tocco delle cose vuote.

Per misurare il silenzio avete inventato me,
questo cane di nebbia che vaga nella notte
come un faro in cerca di un naufragio.
Alfonso Brezmes 

Ma vanno passando gli anni

Ma vanno passando gli anni,
le cose son tanto diverse.
Quel che era vino, oggi è inchiostro,
quel che era pelle, oggi è straccio
quel che era certo, oggi è inganno.
Tutto è dolore e tormento;
le leggi mi fanno paura,
vivo in grande confusione
ed è la mia grande illusione
cercare sollievo nel canto.
I tempi stanno volando
e stanno cambiando le cose.
Crebbi nel grano soave
ma la semina andò scemando,
il raccolto diminuendo
e la speranza rimase monca.
La gente non saprà mai
quel che l’aspetta domani,
quel che l’aspetta domani
la gente mai lo saprà.
Entrai nel garofano dell’amore
accecata dai suoi colori,
mi presero i fulgori
di un fiore così tanto amato.
Fiero della mia passione
lasciò una ferita sanguinante
che piango con gran commozione
nell’orto dell’oblio.
Il fiore non mi si schiuse.
Quante lacrime perse!
La vita mi crea diffidenza,
mi spaventa l’indifferenza,
La mano dell’inclemenza
mi ha preso in questo nodo cieco.
La forza mi ha consumato
e mi ha torturato l’anima,
per me ciò che chiaman calma
è parola senza senso.
Il sole inaridisce il maggese,
lo lascia come la spina.
M’inchioda con nera pena
se calpesto questo duro letto.
E vado per un momento
per le strade, senza meta,
vedo che sono al mondo
con solo l’anima dentro al corpo.
Miserie e tradimenti
s’intrecciano ai miei pensieri,
e tra le acque e il vento
mi perdo nella lontananza.
Io non piango così per piangere,
ma per trovare conforto,
il mio pianto è come una preghiera
che nessuno vuole ascoltare.

Violeta Parra

Tutto c’è in natura

Tutto c’è in natura, non c’è bisogno di inventare niente, basta fissarla fortemente e poi rifarla sulle tele… In quanto a capire l’anima degli uomini è la stessa cosa, basta ascoltare la loro voce, i loro racconti, seguire lo sguardo, una piega nelle labbra, la curva d’un collo, per entrare dentro di loro e rubargli l’anima e i pensieri, anche quelli più segreti che loro stessi non conoscono ma che sortono, se sai tacere e ascoltare bene, dalle
pause e dalle reticenze delle loro voci.
GOLIARDA SAPIENZA

domenica 9 aprile 2017

Non ho smesso di pensarti

Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.
Charles Bukowski

giovedì 19 gennaio 2017

Ultime parole

Non voglio una cassa qualunque, voglio un sarcofago
con striature di tigre e una faccia dipinta
tonda come la luna, con gli occhi sgranati in su.
Voglio sembrare che li guardo quando verranno
a scavarmi fra ottusi minerali e radici.
Già li vedo – pallide facce, a una distanza astrale.
Adesso non sono nulla, non sono nemmeno in fasce.
Li penso senza né padri né madri, come gli dei primigeni.
Si domanderanno se io sia stata importante.
Dovrei come frutta candire e conservare i miei giorni!
Il mio specchio si appanna –
ancora qualche fiato e non specchierà più niente del tutto.
I fiori e le facce si sbiancano come un lenzuolo.

Dello spirituale non mi fido. Sguscia via come vapore
nei sogni, per le fessure della bocca o degli occhi. Non posso
fermarlo, né mai tornerà. Ma non così le cose.
Loro restano, con quel piccolo brillìo particolare,
da tante mani scaldato, con un brusìo di piacere.
Se avrò freddo alle piante dei piedi,
mi consolerà l’occhio azzurro del mio turchese.
Siano con me le mie casseruole di rame, i miei vasi di coccio
mi fioriscano intorno notturni fiori, dal buon profumo.
Mi avvolgeranno nelle bende, deporranno il mio cuore
sotto i miei piedi in un bel pacchettino.
Non mi riconoscerò quasi. Sarà tutto buio,
ma ci sarà il fulgore di questi piccoli oggetti più dolce che il
viso di Ishtar.
Sylvia Plath

Seduta su uno scoglio

Seduta su uno scoglio
in Cornovaglia
dovrei pettinarmi le chiome.
Vestirmi da tigre.
Avere una relazione.
Dovremmo incontrarci nell’aria
in altra vita e situazione,
Io e te.
Sylvia Plath

lunedì 26 dicembre 2016

Vorrei

Vorrei fuggire nella notte nera,  
vorrei fuggire per ignota via,  
per ascoltare il vento e la bufera,  
per ricantare la canzone mia.
Vorrei mirare nella cupa volta
fise le stelle nella notte scura;  
vorrei tremare ancor come una volta,
tremar vorrei, di freddo e di paura.
Vorrei passar l’incognito sentiero,  
fuggir per valli, riposarmi a sera,  
mentre ritorni, o giovinetto fiero,
chiamando i greggi, e piange la bufera.
Dina Ferri

Che te ne fai di un titolo?

Non ce la fanno,
i belli muoiono tra le fiamme:
sonniferi, veleno per i topi, corda, qualunque cosa.
Si strappano le braccia, si buttano dalla finestra,
si cavano gli occhi dalle orbite,
respingono l'amore, respingono l'odio, respingono, respingono.
Non ce la fanno. I belli non resistono,
sono le farfalle, sono le colombe, sono i passeri, non ce la fanno.
Una lunga fiammata mentre i vecchi giocano a dama nel parco;
una fiammata, una bella fiammata.
Mentre i vecchi giocano a dama nel parco, al sole,
i belli si trovano nell'angolo di una stanza accartocciati tra ragni e siringhe, nel silenzio,
e non sapremo mai perchè se ne sono andati, erano tanto belli.
Non ce la fanno.
I belli muoiono giovani e lasciano i brutti alla loro brutta vita.
Amabili e vivaci: vita e suicidio e morte
Mentre i vecchi giocano a dama sotto il sole nel parco.
Charles Bukowski

Nero di re

Lascia solo la notte parlare avanti agli occhi:  
solo la foglia, che ascolta, dove è ancora vento;  
solo la voce nella voliera.
Esse, esse sole.  
Tu però calpestati e di' a te stesso: abbi coraggio,  
merita la pietra sopra di te,
rimani amico delle barbe dei morti,
 
giungi fiore a verme,  
issa la tua vela su casse da morto,  
prendi a bordo gli scarabei dai suoli più fondi,  
dài annuncio ai turbati.
Dài loro annuncio duplice:  
di te e di te,  
dei due piatti della bilancia,  
del buio, che chiede di entrare,  
del buio, che consente di entrare.
Dài annuncio agli scarabei,  
dài annuncio ai turbati,  
giungi fiore a verme,  
issa la tua vela su casse da morto,  
poni a capo del letto il tuo cuore.
Paul Celan

sabato 17 dicembre 2016

Il mondo

Mi ero seduto in terrazza.
Il silenzio era assoluto.
Vedevo accendersi e spegnersi
le luci all’interno
delle case.
Un vento dolce, umido,
mi accarezzava il viso…
è il mondo – dissi tra me e me -,
ed è un posto meraviglioso.
Karmelo C. Iribarren

E questo chi l'ha scritto?

E questo chi l'ha scritto?
-Un prigioniero.
- Bene.
Mi piacciono le canzoni tristi dei prigionieri, figliolo.
- Non è una canzone triste.
- Peccato.
Le canzoni tristi commuovono sempre;
d'altronde tutto ciò che è triste è bello: la voce
e anche l'amore.
Bisogna sentirsi commossi, quando si ascolta.
Della pietà del cuore, ecco quel che ci vuole
è questo essere umani, figliolo.
Da poema del carcere - Nazim Hikmet

Sonetto XXXV

Per paura che troppo facilmente
ti conosca, tu giochi con me.
Per nascondere le tue lacrime,
mi acciechi con scoppi di riso.
Conosco, conosco la tua arte.
Non dici mai le parole che vorresti.
Per paura che io non ti apprezzi
mi eludi in mille modi.
Per paura che ti confonda
con la folla, ti metti in disparte.
Conosco, conosco la tua arte.
Non cammini mai per la strada che vorresti.
Tu chiedi più di tutti gli altri,
per questo sei silenziosa.
Poi con scherzosa indifferenza
rifiuti tutti i miei doni.
Conosco, conosco la tua arte.
Tu non accetti mai ciò che vorresti.
Rabindranath Tagore

domenica 4 dicembre 2016

Adesso anch'io sono fra gli altri

Adesso anch'io sono fra gli altri
che dicevano guardandoci, con l'aria
di una finissima tristezza "Suvvia, giocate"
per allontanarci. E nella penombra bella
delle panche dei parchi al tramonto
Di cosa parlavano, oh dì, e chi erano?
Superiori, come dei, facevano pena.
Si assomigliavano moltissimo se lenti
ci guardavano distanti, come un gruppo
di alberi uniti da un giorno d'autunno.
Adesso anch'io sono fra gli altri
di cui ci burlavamo a volte,
lì come sciocchi, così stanchi.
Noi, i piccoli, noi che non avevamo
nulla, guardavamo, senza vederli,
quel loro modo di essere tutti d'accordo.
E adesso
che ho camminato lenta fino alle loro panche
per riunirmi a loro per sempre,
adesso anch'io sono fra gli altri,
i maggiori di età, i malinconici,
ma come sembra strano, non è vero? 
Fina García Marruz

Voglio scrivere con il silenzio

Voglio scrivere con il silenzio vivo
voglio dire quello che la mano dice
perché tu leggi meglio il testo vivo

e l'anima nella sua lotta muta scrive.
A volte l'ombra bianca batte la roccia
di spumeggianti caverne e ne orla
le fauci con una frangia che fa e disfa
segni che tu decifri. Che la bocca
taccia e dia nel bianco nell'eroico
sforzo che si perde. La poca luce,
l'allontanarmi da te d'ogni giorno,
sono pause del senso, incompiute
immagini di me. La linea informe
salta e completa. Tu, la melodia.
 Fina Garcìa Marruz

Salvami

I miei occhi, chiamati dal tuo corpo,
della sua bellezza avvisano, ampio torso devastano,
e negli stretti fianchi si fermano storditi.
Senza indulgenza alcuna al labbro famelico mostrano
di ciliegie mordenti il seme,
e quando nelle mie dita il più ardente sfiorare
la tua pelle predice, della ametista intrusa
e iridato capezzolo nella mia lingua confusa
il tocco ravviva.
Le feroci trafitte di un conturbante augurio
prova a lenire il mio non assalito ventre
ma è vana la battaglia di chi già è stato ferito.
E un abisso è il piacere, e la smania è pazzia,
il tuo nome invocato è amara estenuazione
e il tuo corpo imminente rigorosa misura
del mio inferno.
Da questo affanno insaziabile, dicono, mi salverai.
Ma è certo solo che febbrile aspetto,
e che posso morire prima che tu mi tocchi.
Ana Rossetti

sabato 3 dicembre 2016

Precoce autunno

La nebbia è d'argento, cancella le ombre dei pini: sono più grandi i giardini
nell'alba.
Al pioppo una foglia è ingiallita,
un ramo è morto al castano
sul monte.
Spaventi che non sanno se stessi
dormendo nell'aria celeste:
questa fine che torna ogni anno,
che è nuova ogni anno.
Come l'ultimo albero del bosco,
l'ultimo uomo ha contato le morti:
pur la sua morte lo coglie
ancora stupito.
Antonia Pozzi

Vincitori

Si erano vestiti dalla festa
per una vittoria impossibile
nel corso fangoso della Storia.

Stavano di vedetta armati
con vecchi fucili novantuno
a difesa della libertà conquistata
da loro per la piccola patria
tenendosi svegli nelle notti afose
dell’agosto con i cori
della nostra musica
con il vino fosco
della nostra terra.
Vincenti per qualche giorno
vincenti per tutta la vita.
 Attilio Bertolucci

L’autunno percorre le isole

A volte la tua assenza è parte del mio sguardo,
le mie mani contengono la lontananza delle tue
e l’autunno è l’unica postura che la mia fronte può avere per pensarti.
A volte ti scopro in un volto che non avesti e nell’apparizione che non meritavi,
a volte è una strada al tramonto dove non dovremo tornare a incontrarci,
mentre il tempo trascorre tra un movimento del mio cuore e un movimento della notte.
A volte la tua assenza appare lentamente nel mio sorriso come una macchia di olio sull’acqua,
ed è l’ora di accendere certe luci
e camminare per casa
evitando l’esplosione di certi angoli.
Nei tuoi occhi ci sono barche ancorate, ma io ormai non dovrò liberarle,
nel tuo petto ci furono sere che alla fine dell’estate
tuttavia guardai incendiarsi.
E queste sere sono ancora le mie riunioni con te,
il disgelo che nella notte
scioglie la tua maschera e la perde.
José Carlos Becerra

sabato 26 novembre 2016

Un mondiale nomadismo è cominciato nel buio

Un mondiale nomadismo è cominciato nel buio: 
sono gli alberi che vagano sulla terra notturna.
Sono i grappoli che fermentano in vino dorato, 
sono le stelle che di casa in casa peregrinano,
sono i fiumi che il cammino cominciano a ritroso!
E io ho voglia di venire da te sul petto – a dormire.
 Marina Cvetaeva - 14 gennaio 1917

Dissi

Dissi:
do inizio alla stagione dei ragni,
strofinano le zampe al velluto del sole,
sussurra ai miei piedi, o selvatica semente,
borbottami all’orecchio le tue orazioni funebri, o tuono,
fulmine
che giungi nei piedi di un bimbo
e nei merletti del vento si dipinge il terrore.
...un’ombra colpisce le steppe delle mie viscere,
non ho armi tranne il battito che gorgoglia nella propria acqua,
un tempio mi demolisce dicendo di essere la mia eco,
sono frastornato da un volto che dice di essere l’altro mio
volto.
Dissi:
la nostalgia è in agonia e il desiderio è un letto di fumo.
Dico:
scendi, o notte, dai tuoi cavalli, viola il sole delle
mie parole,
io sono la voce che improvvisa lo spazio,
io sono la pietra vagante che nella pietra si ancora.
Dico:
fa’ che mi crescano le piume, o folle amore, umanizzami, rinnovami, marcami,
e voi, cose ignote, vagate dentro di me più dolci dell’illusione,
e contro la forma e il suo contrario implorate la forma e il suo
contrario,
così t’assaporo,
infiammato dalle mie tentazioni,
immerso nello stupore della seduzione
i miei giorni ondeggiano in un palanchino,
simbolo dopo simbolo.
Grido:
la mia illusione vaga,
il mio significato si amplia
e la lontananza mi uccide.
Adonis

lunedì 14 novembre 2016

...

Invece io mi sono smarrito in un sogno cercando qualcosa che non esiste.

Gabriel García Márquez, Il generale nel suo labirinto